Dopo che la pandemia di Covid-19 ci ha costretti a “reinventare” il lavoro nella forma dello smart working, molte grandi organizzazioni (come ad esempio Google o Facebook) e alcuni Paesi hanno deciso di prolungare questa esperienza anche per il futuro; l’Italia invece, almeno per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione, sembra voler fare marcia indietro: prima del 31 dicembre (data di fine dello stato di emergenza sanitaria) i dipendenti dovrebbero essere richiamati in servizio in presenza.

In un’intervista rilasciata dal nostro Ministro della P.A., ha infatti asserito che la modalità di lavoro agile dovrebbe essere una mera “eccezione” stabilita dai dirigenti in base alle singole situazioni. La motivazione addotta sarebbe che il ritorno in presenza produrrebbe una crescita del Pil italiano.

In realtà, da una stima fatta dal Pwc, sembrerebbe che se si proseguisse con l’applicazione delle suddette modalità di lavoro, il Pil del nostro Paese crescerebbe dell’1,2%. Inoltre un’indagine della Cisl ha evidenziato che il 58% dei lavoratori si dice soddisfatto del lavoro agile. Senza contare i benefici che lo smart working apporterebbe in campo ambientale, vista la riduzione degli spostamenti con mezzi sia propri che pubblici. Inoltre, riducendo la pressione sulle grandi città, ne risulterebbero riqualificati i piccoli paesi.

Sicuramente, volendo prolungare le suddette modalità di lavoro, occorrerebbe fare non solo importanti investimenti nella digitalizzazione, ma altresì ripensare importanti temi legati allo smart working, quali: i controlli a distanza, le fasce di reperibilità e il diritto alla disconnessione. Per quanto riguarda i controlli a distanza, ancora in nessun Paese esiste una normativa ad hoc, perciò di solito l’esercizio del potere di controllo è subordinato a un’informativa dei dipendenti e al rispetto delle norme sulla protezione dei dati personali. L’obbligo di reperibilità s’intreccia col diritto alla disconnessione: il lavoratore in smart working non è vincolato ai normali orari lavorativi, ma può essere tenuto a rispettare periodi di reperibilità. L’Italia ha già rafforzato il diritto alla disconnessione, tramite il DL 30/2021. Oggi tale diritto è riconosciuto a chi svolge attività lavorativa in modalità agile “nel rispetto degli accordi individuali e degli eventuali periodi di reperibilità in essi stabiliti”.

Sicuramente sarebbe quindi necessario passare da una logica di controllo a una basata sul raggiungimento degli obiettivi, concedendo al lavoratore maggiore autonomia e fiducia.

In conclusione, restano dubbi su quali siano le reali motivazioni che spingerebbero il nostro Governo a voler tornare a lavorare in presenza: forse la necessità di apportare cambiamenti al nostro sistema normativo in ambito lavorativo, nonché di investire in maniera sostanziosa nella digitalizzazione, o forse una “forma mentis” difficile da modificare.

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